Il nuovo studio: Il consumo di cereali integrali e fibra alimentare riduce il rischio del carcinoma epatocellulare

La forma più comune di tumore al fegato è il carcinoma epatocellulare, chiamato così poiché ha origine negli epatociti, cellule proprie del fegato. Nel mondo quella al fegato è la sesta neoplasia più comune; in Italia rientra fra i cinque tumori più diagnosticati. Tra i fattori di rischio per lo sviluppo del tumore al fegato abbiamo, l’infezione da virus (epatite C e B). Vi sono anche fattori di rischio associati allo stile di vita e alla cattiva alimentazione come il fumo di sigaretta, abuso di bevande alcoliche, la presenza di steatoepatite e di obesità. Un nuovo studio pubblicato su Jama Oncology  ha riscontrato un’associazione tra il consumo di cerali integrali e la riduzione del rischio di sviluppare tumore al fegato.

Cosa sono i cereali integrali?

I cereali sono i chicchi che si trovano nella spiga di varie piante, che si possono consumare appunto in chicco (come il riso, l’orzo, il farro, il frumento ecc.) oppure in farina (per fare il pane, la polenta, la pasta, ecc.). I cereali integrali sono quelli che mantengono il chicco completo: lo strato di crusca e il germe (che contengono fibre, vitamine e minerali), e l’endosperma, ricco in amido e proteine. I cereali raffinati subiscono invece l’asportazione della parte più esterna, la crusca, e del germe, quindi le sostanze nutritive lì contenute vanno perse: fibre, sostanze fitochimiche, gran parte dei minerali e delle vitamine. Rimane l’endosperma, perciò viene mantenuto l’amido e parte delle proteine.

Lo studio

Il team, guidato da Xuehong Zhang della Harvard Medical School di Boston (Stati Uniti), ha analizzato i dati relativi a 125.455 statunitensti (di cui 77 mila donne circa). Nel follow-up medio di 24 anni sono stati diagnosticati 141 casi di carcinoma epatocellulare.  Al consumo massimo di cereali integrali (poco più di 33 grammi al giorno) i ricercatori hanno associato una riduzione del rischio oncologico del 37% rispetto ai soggetti che ne consumavano invece la quantità minima.

Ma perché sono stati riscontrati questi effetti?

Un’ipotesi è legata ai benefici sul metabolismo: con più cereali integrali e più fibre alimentari c’è un minor rischio di insulino-resistenza, di iperinsulinemia e di infiammazione, ma anche di steatoepatite non alcolica e obesità, tutti fattori predisponenti per il tumore al fegato. Integrando nella dieta questi alimenti e queste sostanze, inoltre, può alterarsi in senso positivo la composizione del microbioma intestinale. Pertanto l’effetto protettivo potrebbe essere riconducibile a un’attenuazione dell’effetto cancerogeno dell’iperinsulinemia e dell’infiammazione. I ricercatori rinviano in ogni caso a ulteriori studi per capire più in dettaglio da cosa possa derivare il possibile effetto anti-tumorale del consumo di cereali integrali.

Nei cereali e nelle farine raffinate, per evitare fenomeni di irrancidimento che impedirebbero la conservazione per tempi sufficientemente lunghi, è totalmente assente il germe (o embrionne)  e la crusca (o tegumento). I cereali raffinati  ricavata  dal solo endosperma sono ricchi di amidi e poveri di grassi essenziali, vitamine e fibre. Il loro consumo  di sicuro non porta benefici sul metabolismo e non riduce il rischio di insulino-resistenza, di iperinsulinemia e di infiammazione

Bibliografia

Association of Intake of Whole Grains and Dietary Fiber With Risk of Hepatocellular Carcinoma in US Adults

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